
Linda Tonolli è una studentessa di Verona, che attualmente fa la commessa per racimolare il gruzzolo necessario a tornare in Inghilterra (dove ha conseguito un Master in Social Anthropology) per proseguire la sua vera carriera professionale. Mi trovo a chiacchierare con lei dell’esperienza di sei settimane che ha fatto nella Comunità degli Elfi sull’Appennino pistoiese, per poter scrivere la tesi: “Era un’esperienza che desideravo fare fin da quando avevo letto di questa realtà: avevo circa 17 anni – mi racconta – e la tesi del Master è stata un’ottima occasione di cui approfittare”.
Gli eco villaggi – e i progetti che vi ruotano attorno – sono presenti in diverse regioni d’Italia, ma la Toscana è sicuramente la terra che ne accoglie di più: “Sono comunità nate per la maggior parte negli anni ’70, alcune su basi religiose, altre su basi socio-politiche che però sono andate via via perdendo mordente ideologico lungo i decenni”.
Oggi infatti, pur conservando un’impronta anarchica e un sistema di regole adottate in via comunitaria, l’impulso politico è molto meno presente nelle nuove generazioni rispetto a quelle dei fondatori: “Gli elementi cardine su cui si reggono queste realtà sono la ricerca di un maggior contatto con la natura, il rifiuto delle dinamiche consumistico-capitalistiche attraverso la sussistenza economica, il rispetto dei ritmi naturali del lavoro, i rapporti umani”.
Oltre alla ricerca del primitivismo, e alla conseguente rinuncia a elettricità, tecnologia, opere idrauliche (rinunce oggi attenuate dalle nuove generazioni), gli elementi che personalmente più mi affascinano sono la composizione internazionale e fluttuante dei membri della comunità (che provengono spesso da paesi anche molto lontani), e la maternità: “Tra gli Elfi – che oggi sono circa 200 – sono numerose le ragazze madri senza partner – mi spiega Linda – ma qui hanno una comunità intera che le aiuta a crescere i loro figli. I rapporti interpersonali sono il fulcro di questa scelta di vita e l’energia fondante delle dinamiche sociali. Per queste donne, crescere i loro figli da sole in città sarebbe molto difficile: qui invece hanno una rete forte di supporto”.
Che sia un retaggio della cultura hippy o altro, sicuramente questa concezione della maternità supportata dalla comunità tutta, rende le scelte possibili molto diverse da quelle disponibili nel “mondo urbano”.
Ognuno contribuisce come può al sostentamento del gruppo, ma per la maggior parte si tratta di agricoltura e allevamento, attività alternate a lavori stagionali o occasionali svolti al di fuori della comunità. L’interazione con le istituzioni e con la realtà esterna si è in alcuni casi intensificata, sia per garantire un’istruzione ai nuovi nati (istruzione che inizialmente viene somministrata dalla comunità stessa) sia per legittimare la propria presenza sul territorio: “Gli Elfi hanno occupato la terra su cui vivono e sono stati in grado di resistere per oltre trent’anni a minacce giudiziarie di varia natura, anche grazie ad una legge risalente al secolo scorso (Legge Serpieri del 1927), ormai dimenticata (o forse no?), sull’uso civico delle terre. Questa legge consentiva, a chi ne avesse avuto bisogno, di praticare agricoltura, allevamento e raccolta di sussistenza. Nel 1996, dopo un lungo periodo di negoziazioni, gli Elfi hanno ricevuto in concessione dalla Comunità Montana e dalla Regione i territori occupati, legittimando il loro ruolo di guardiani dei boschi e delle valli”.
Effettivamente alcuni di questi gruppi hanno occupato ruderi abbandonati in mezzo al nulla dopo la guerra (e spesso tagliati fuori dalle strade praticabili con gli automezzi) e li hanno riportati alla vita, prendendosi cura di attività dimenticate.
“La cosa che mi ha colpita più di ogni altra – mi racconta Linda – è stata la loro capacità di ascolto: non solo della natura, ma anche degli altri. Vi è un livello di empatia e di attenzione reciproca non comune e un’accoglienza verso l’estraneo (io ero solo un’ospite di passaggio, ad esempio) che molto difficilmente ho trovato altrove”.
Effettivamente, in una realtà simile, il rapporto interpersonale e quello con la natura sono tutto ciò che si ha: le uniche ragioni di essere, la vera linfa del progetto. Nel nord Europa gli eco villaggi, pur animati dagli stessi principi fondanti, tendono a sviluppare tecnologie alternative a favore dell’impatto zero non necessariamente ricercando il primitivismo ma, anzi, sfruttando e sviluppando strumenti alternativi (la scozzese Findhorn ne è un celebre esempio): in un momento in cui il sistema socio-economico imperante ha tendenzialmente fallito, guardare a queste realtà alternative non diventa più solo un fatto di mera curiosità.
Ciao Elena! Una curiosità… Le foto sono tutte di Findhorn?
Ciao Linda, credo siano di Findhorn la seconda e la quarta, in ordine discendente. Le altre non ti saprei dire!





