Giocattoli per maschietti, giocattoli per femminucce

 

Il 23 gennaio si è conclusa a Parigi una mostra deliziosa dedicata ai giocattoli.
L’esposizione “Des jouets et des hommes” ha trasformato per più di quattro mesi il Grand Palais in una galleria incantevole di bambole, soldatini e pupazzi: ho camminato per più di un’ora in quelle stanze colorate, circondata di bambini di tutte le età che spiaccicavano le loro mani e i loro occhi sgranati su vetrine che esponevano balocchi di ogni genere.
Le prime teche erano dedicate ad animali di ogni tipo, dai cavallini di legno con le ruote ai dinosauri di plastica, dagli orsacchiotti di pezza a rane gracchianti.
A seguire musicanti, acrobati, robot.
E poi la tragedia: all’entrata della terza stanza compariva la scritta “LE BAMBINE”.

 

 

Uno spazio enorme occupato da un calciobalilla della Barbie (quasi una provocazione) immerso in un tripudio di bianco, rosa e fucsia. Tutto intorno bambole, bambolotti, infermiere, carrozzine, cuoche, casalinghe, casette, suore, pasticcerie, pentolotti e fornelli.

 

 

Quando sono arrivate le stanze dedicate a “I BAMBINI”, gli scaffali erano invece ricoperti di Meccano, Lego, automobili, armi, aeroplani, locomotive, soldati, navicelle spaziali, operi, artigiani, indiani e cowboys: l’ambiente era colorato di blu e di azzurro.

 

 

Nella sala dedicata ai personaggi dei media e dei fumetti (da E.T. a Topolino), ho sentito diverse mamme dover spiegare ai loro figli chi fosse quell’uomo vestito di blu e di rosso ricoperto di ragnatele e una, davanti alla statuetta di Cat Woman, si è anche sentita chiedere: “Mamma, quella è Pretty Woman?”.
Loredana Lipperini – scrittrice e blogger italiana che da sempre si occupa di tematiche di genere – nel suo libro “Ancora dalla parte delle bambine” ha ampiamente affrontato il tema dell’esasperazione dello stereotipo nel marketing del giocattolo e di molti altri prodotti che interessano mercati anche più adulti.
Il genere sembra garantire ancora una presa sicura sul consumatore, e là dove si può operare una differenziazione di prodotto (quello destinato ai maschietti e quello destinato alle femminucce) non ci si esime dal farlo.

 

 

Ovviamente, come sottolinea la Lipperini nel capitolo 3 “Alice allo Specchio”, i giochi dedicati alle bambine hanno sempre a che fare non solo con l’accudimento e con una vita vissuta tra le mura domestiche, ma anche con una certa cura del loro aspetto fisico: il continuo abbassamento dell’entry point (cioè il momento di accesso all’utenza) fa in modo che questa cura diventi seduttiva e tremendamente standardizzata in età sempre più precoce, con tutti i rischi che questo comporta a livello emotivo e sociale.
Per non parlare dell’idea di femminilità che trasuda da questi giochi di mercato: la donna ideale è ancora bella (ma solo di un tipo di bellezza), curata, muta.
Non credo sia possibile determinare con certezza se la predilezione delle femmine per certi tipi di gioco sia puramente culturale o se ci sia qualcosa di genetico: Louann Brizendine, nel suo libro “Il cervello delle donne”, racconta di quella bambina a cui hanno dato – per un certo periodo di tempo – solo giocattoli considerati maschili, fino a quando un giorno l’hanno trovata che cullava tra le braccia un camion di plastica avvolto in una coperta, come se fosse un neonato.
Le osservazioni da fare sarebbero mille, ma le esasperazioni del rosa e dell’azzurro, della scopa alle femmine e del volante ai maschi, l’ossessione per le stanze separate e l’annullamento della narrazione in favore dell’appartenenza, oltre a non far bene a nessuno – pubblicitari esclusi – hanno veramente rotto le palle.

Perchè da qui si arriva inesorabilmente QUI.

BY Maggie | 6 COMMENTI | 20.02.2012
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COMMENTS (6)
Luigina - mercoledì, febbraio 22nd, 2012 08:39 am GMT +1 8:39

Il libro della Lipperini è veramente straordinario per i punti di riflessione che regala.

Viviana - mercoledì, febbraio 22nd, 2012 03:01 pm GMT +1 15:01

Io rubavo i giocattoli al mio fratello maggiore: mi divertivo un sacco con le costruzioni e i lego. Oggi sono ingegnere civile…. sarà un caso probabilmente… ma il dubbio ti viene….

Cristian - giovedì, febbraio 23rd, 2012 08:36 am GMT +1 8:36

Quella che potrebbe sembrare una forzatura, in realtà è un meccanismo ben noto per chi lavora nel marketing.

Silvia - venerdì, febbraio 24th, 2012 08:26 am GMT +1 8:26

Sono al sesto mese di gravidanza: aspetto una bimba che si chiamerà Alice, e giuro che stronzzerò il primo che le regalerà pentolini, piattini, spazzole e nastrini.

Federica - lunedì, marzo 5th, 2012 08:11 am GMT +1 8:11

La Lego ha lanciato un prodotto per “femmine” che, nemmeno a dirlo, sta avendo un enorme successo. La separazione e lo stereotipo nel marketing funzionano purtroppo da morire:

http://www.womeninthecity.it/index.php?option=com_content&view=article&id=896%3Albambine-verer-lego-lancia-una-linea-a-base-di-cucine-e-saloni-di-bellezza&catid=95%3Afrancia&Itemid=89

http://jezebel.com/5883041/girly-lego-sucks-but-theyre-selling-like-hotcakes

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