Il mio cuore per Susie

Morivo dalla voglia di scrivere questo pezzo. Io e Susie ci siamo rincorse per diverse settimane prima di riuscire a fare una chiacchierata in Skype da un capo all’altro dell’oceano, e prima che io riuscissi a guardare finalmente dritta negli occhi questa donna in esilio – bella come la sua terra – che ha scritto un libro straordinario.
Raramente mi piacciono i libri d’amore, ma “Ogni mattina a Jenin” racconta di amori talmente forti, talmente puri e talmente diversi tra loro che mi hanno stesa.
Susan Abulhawa oggi vive in Pennsylvania. Si è laureata anni fa in Scienze biomediche e ha avuto una brillante carriera nell’ambito della medicina. Ma arriva da lontano.
Quando le chiedo cosa significhi per lei la parola ‘casa’, mi risponde con un sorriso amaro: “Casa è prima di tutto mia figlia, e in generale dove mi sento circondata d’amore. Sono cittadina del mondo, ma in nessun luogo mi sento come mi sento in Palestina. Non so se è un sentimento che ha a che fare con le radici e con l’identità, oppure è semplicemente la necessità di giustizia che avverto per una terra che ha subito un trattamento così profondamente ingiusto.”

Susie è nata da una famiglia palestinese in fuga dopo la Guerra dei Sei giorni, e ha vissuto i suoi primi anni in un orfanotrofio di Gerusalemme. “In comune con Amal, la protagonista del libro, ho l’orfanotrofio, l’essere arrivata negli Stati Uniti da sola, e essere una madre single. E posso dire che Majid, il grande amore di Amal, è la trasposizione del mio ideale di uomo
Majid, l’uomo alto, dall’aria stanca, con due occhi neri incastonati sotto sopracciglia arruffate.
La Palestina era una terra multiculturale e multietnica – mi dice Susie – nella quale convivevano, fianco a fianco e in armonia, tutte le religioni e tutte le genti. È sempre stata una terra accogliente e generosa: ora non lo è più”
Nel libro si leggono parole lapidarie: “(..) l’indubbia, irrefutabile sicurezza palestinese di appartenere a questa terra. Mi possiede, indipendentemente da chi la conquista, perché il suo suolo è il custode delle mie radici, delle ossa dei miei antenati. Perché conosce i desideri segreti che hanno infiammato i letti delle mie progenitrici. Perché io sono il frutto naturale del suo passato ardente e burrascoso. Sono figlia di questa terra, e Gerusalemme mi rassicura di questo titolo inalienabile molto più degli atti di proprietà ingialliti, dei registri catastali ottomani, delle chiavi di ferro delle nostre case rubate, di tutte le risoluzioni o i decreti che potranno emanare l’Onu o le superpotenze”
Il libro racconta di una terra di cui ci si innamora, di una lingua che è come una danza, piena di benedizioni. Ma anche di storie strazianti che gonfiano la gola e mozzano il fiato, infilano il cuore nel tritacarne.
“Mia figlia non sente il richiamo della Palestina – continua a raccontarmi Susie – e purtroppo questo è una delle grandi piaghe della diaspora, dell’esilio: la perdita dell’identità, la scomparsa delle proprie origini dalle generazioni a seguire.”

Quando le domando cosa vorrebbe per il suo paese, mi risponde: “Personalmente non mi interessa la struttura politica, non ha importanza se ci saranno uno stato o due. Quello che mi sta a cuore sono i diritti umani: vorrei vedere la mia gente tornare a vivere con dignità, senza che ci siano più né oppressi né oppressori, in nome della religione o di qualsiasi altra cosa.”
Le volte che ha chiesto a suo padre di raccontarle com’è stato essere cacciati da casa loro solo con i vestiti che avevano indosso, quella mattina del 1967, lui ha sempre risposto atono, come raccontando la vita di qualcun altro: “Non c’è molto da dire: sono arrivati con i mitra, ci hanno detto di uscire e lasciare tutto, e noi l’abbiamo fatto.”

Da diversi anni, attraverso l’associazione Playgrounds for Palestine, Susan Abulhawa raccoglie fondi per costruire parchi nei Territori Occupati dove i bambini possano giocare. E scrive, continua a scrivere.
Secondo alcuni “Ogni mattina a Jenin” rappresenta per la Palestina quello che “Il cacciatore di aquiloni” rappresenta per l’Afghanistan. Ma siamo probabilmente oltre, perché nel libro di Susan la storia si incastra in modo talmente doloroso con il romanzo che le parole si fanno carne. Bombe. Siamo oltre l’emozione: siamo con le mani affogate nelle ferite aperte dei bambini rubati e delle donne sventrate. Assordati dal silenzio del mondo, ma pieni di un amore che speriamo non possa essere trovato più solo nelle pagine dei libri.

BY Maggie | 1 COMMENTI | 25.01.2012
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COMMENTS (1)
Valentina - martedì, febbraio 21st, 2012 08:17 pm GMT +1 20:17

L’ho finito ieri: STRE-PI-TO-SO

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