
Leggendo il libro di Chiara Rapaccini “La bambina buona” ho scoperto l’esistenza dell’Enciclopedia della Fanciulla: una raccolta settimanale edita dai Fratelli Fabbri che, negli anni ’60, spiegava come una fanciulla doveva comportarsi per essere considerata una ragazza come si deve. C’erano rubriche dedicate al lavoro a maglia, all’alimentazione, all’educazione a tavola, agli addobbi di Natale, a come usare gli oggetti di tutti i giorni (dall’ombrello al golfino): tutto quello che una signorina doveva sapere (e niente di più, badate bene). Grazie al cielo ogni fascicolo riportava anche riassunti illustrati di romanzi classici e biografie di donne che in qualche modo avevano avuto un ruolo importante a livello sociale.
Oggi Einaudi Stile Libero pubblica un libro dal titolo: “L’educazione delle fanciulle – dialogo tra due signorine perbene”, e il pensiero non può non andare – con un sorriso – all’Enciclopedia dei Fratelli Fabbri. L’intento è ben diverso però: qui non si vuole educare, ma raccontare.
A farlo per noi sono Franca Valeri e Luciana Litizzetto: una delle più grandi autrici e attrici comiche italiane di tutti i tempi (uscita nel 2010 con la sua biografia: “Bugiarda no, reticente”) e quella che invece ci fa sbellicare oggi in TV e in libreria (“I dolori del Giovane Walter” è il suo ultimo libro).
La differenza narrativa tra le due è spiazzante: i pezzi sottili e pungenti della Valeri duettano in modo inverosimile con quelli furibondi della Litizzetto, e il contrasto è bizzarro non solo per la differenza di stile, ma per la lontananza delle realtà raccontate.
Da una parte, il mondo degli anni ’30 , ’40 e ’50 descritto dalla Valeri, in cui il matrimonio era “il coronamento dell’impegno assunto mettendo le figlie al mondo”, le ragazze facevano l’inchino quando presentate in pubblico e seguivano corsi di economia domestica , sull’arte del riporre e di organizzare i cambi di stagione. Una telefonata da una cabina pubblica corrispondeva ad un’esistenza peccaminosa e il tradimento degli uomini era accettato come inevitabile perché loro “sono fatti così, non si accontentano di una vita sola” e “l’uomo scelto non si giudicava”.
Il primo tacco e la prima borsetta erano ammessi solo a 15 anni, le opinioni molto dopo.
Dall’altra parte invece Luciana Litizzetto col mondo di oggi, quello in cui bisogna spesso baciare un sacco di rospi verdi prima di trovare il Principe Azzurro, e in cui si può dire “Ti posso promettere che ti amerò più che posso, ma non per sempre”.
La libertà femminile è diventata un’arma a doppio taglio, spesso mal gestita e male amministrata, e non è che le consapevolezze guadagnate ci abbiano migliorato di gran lunga l’esistenza. Da una parte desideriamo ancora che il nostro uomo ci dica frasi d’effetto e non semplicemente cose tipo: “Ti scade il bollo della patente”, ma dall’altra sappiamo bene che in linea di massima le nostre esigenze e le nostre passioni potremo condividerle solo con uomini gay. La bulimia di informazioni e incontri, unita spesso all’assenza di tempo, non aiuta i nostri rapporti anoressici e moribondi: questo influenza negativamente sia la fase d’approccio (sbracata, veloce e famelica) che la coppia che ne segue (quando ne segue).
Tenera la parte in cui Luciana racconta dei suoi due figli “presi già fatti”, della maternità senza gestazione, dell’accettazione degli altri che vivono e crescono nonostante noi e i nostri progetti.
In cinquant’anni i cambiamenti e le rivoluzioni femminili sono state straordinarie, viste in questa brevissima prospettiva temporale, ma tra le cose che non sono cambiate voglio citare Franca Valeri: “A un uomo si possono raccontare molte bugie, perché non ascolta molto. Fatica spesso sprecata di cui si compiace la fantasia femminile. Confessare un tradimento dopo un castello di bugie può suscitare anche una domanda: ‘COME?’”





