
Dal 10 ottobre 2011 al 9 gennaio 2012 il Centre Pompidou di Parigi ha dedicato una grande mostra a Yayoi Kusama, una delle più grandi artiste giapponesi contemporanee. Il suo marchio di fabbrica è il punto, moltiplicato all’infinito: non il punto che chiude,ferma, concede respiro, ma quello che marchia, tatua, confonde, dissolve, perpetua.
La sua arte è riconoscibile ovunque e sempre: lei è la donna dei pois.
Inizialmente li usava per rappresentare l’infinito, la dissolvenza, l’eternità, la scomparsa: poi invece li ha usati per identificare, circoscrivere, riempire. Lo stesso strumento per raccontare due momenti della vita molto diversi: la ricerca di un’identità artistica ben definita in una prima fase, e il marchio del dolore nella seconda, raccontato anche dall’auto-obliterazione (quando lei stessa si ricopre di pois, come a volersi distruggere).
Dopo la morte dell’amico Joseph Cornell nel 1973 e del padre l’anno successivo, tenta infatti il suicidio e si rinchiude volontariamente – subito dopo – in un istituto psichiatrico dove sta ancora oggi e che le permette di lavorare in un laboratorio poco distante.
Yayoi trasformò la sua ossessione per l’invasione, l’abbondanza, la ripetizione, la reiterazione che snatura, in psichedelia: e qui nacque un mondo, che può essere compreso solo entrando nelle sue stanze.
Al Pompidou ce n’erano allestite tre: spazi invasi dai punti, pieni di luce o immersi nel buio, poco importa. Di fatto sono luoghi meravigliosi in cui immergersi quando si è in pace, spazi dall’aria ludica, magica, colorata. Ma che riescono ad essere deleteri se accolgono il malessere e l’inquietudine.
Lo stesso veicolo e la sua doppia valenza, felicità o dolore: tutto dipende da noi.
Le sue opere falliche sono bellissime, quelle realizzate negli anni ’60 quando recuperava per strada materiali col suo amico Donald Judd e poi li lavorava, spesso ricoprendoli di falli di stoffa: identità snaturate, contraffatte, abitate, come le persone corrose dai propri pensieri.
Ma il suo apice artistico sono proprio le installazioni: per la perfezione cromatica, la meticolosità di realizzazione, le geometrie bizzarre, l’equilibrio delle forme e le sensazioni che regalano: un mondo che non si può perdere, ma nel quale bisogna premurarsi di entrare in pace.
Ritrovare la via d’uscita non sarebbe altrimenti semplice, proprio come nella vita. Proprio come nella mente.
wow! il funghetto è spettacolare, troppo lsd
) immagini grandiose,complimenti!!!
Effettivamente entrare nelle sue installazioni pare proprio aver a che fare con sostanze psicotrope
)
Allucinante!





